vignaioli indipendenti

Stille

Stille di saggezza

Nondum matura est, nolo acerbam sumere.

Nel grande codice della nostra cultura, la Bibbia, si narra il mito di Noè che per primo piantò e coltivò una vigna. Sopravvissuto al diluvio universale che aveva accomunato umanità e natura nella devastazione, Noè per prima cosa pone un gesto di grande speranza, contrae un matrimonio con la terra: già piantare un albero, infatti, è un gesto di grande speranza, ma piantare una vigna lo è ancor di più perché occorrono anni e anni per goderne il frutto, occorre decidere di fare alleanza con quella terra, di fermarsi là, di lavorarla a lungo in pura perdita.

Possiamo immaginarci lo stupore di Noè quando ha finalmente tra le mani quei grappoli a lungo attesi, lo possiamo vedere quasi affascinato e sedotto da un fatto misterioso: avendo spremuto quei grappoli vendemmiati per berne il succo, si accorge che questo fermenta, diventa mosto, ribolle, si solleva, come il ventre di una donna incinta, come l’impasto di acqua e farina di cereali. Noè beve quel succo in cui scorge una vitalità inattesa, ne prova allegria, si sente consolato per tutta la tristezza provata durante il diluvio: ne aveva viste tante e troppo. Possiamo forse accusarlo per aver bevuto ancora, per aver cercato oblio e consolazione nel frutto del lavoro della proprie mani? Possiamo rimproverarlo per l’ebbrezza di chi non conosceva la misura? Ma senza misura erano state le disgrazie attraversate, senza misura l’ansia per il futuro senza vita.